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Blue economy: che cos’è e perché potrebbe rivoluzionare l’economia

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Blue economy: che cos’è e perché potrebbe rivoluzionare l’economia

Negli ultimi anni, sempre più spesso, si è sentito parlare di blue economy, l’economia blu. Un modello di sviluppo economico, che mira a rivoluzionare l’economia mondiale attraverso un approccio sostenibile. In questo articolo, quindi, spiegheremo che cos’è la blue economy e perché può davvero cambiare l’economia mondiale.

Che cos’è la blue economy

Il termine blue economy, come è facile intuire, allude all’acqua, ma va oltre questo elemento. Esso fu introdotto, per la prima volta nel 2010, dall’economista belga Gunter Pauli, nel suo libro Blue economy. 10 anni. 100 innovazioni. 100 milioni di posti di lavoro. In quelle pagine, Pauli introduce una nuova forma di economia sostenibile, simile a alla green economy, ma differente da essa. Vediamo perché.

La blue economy: una definizione

Nel libro, Pauli parte da una disciplina scientifica ancora poco conosciuta: la biomimesi. Essa si occupa di studiare, e possibilmente imitare, i processi biologici e biomeccanici della flora e della fauna terrestre. In buona sostanza, gli scienziati studiano la natura per cercare soluzioni da applicare alle attività umane.

Un esempio molto conosciuto di questa disciplina è il velcro, quel particolare sistema di chiusura che utilizza una striscia di tessuto peloso e una striscia di tessuto munita di uncini. Questa invenzione, introdotta nel 1941 dall’ingegnere svizzero George de Mestral, fu realizzata partendo proprio dall’osservazione di alcune specie di fiori che, visti al microscopio, presentavano proprio degli uncini che gli consentivano di “aggrapparsi”, per esempio al pelo animale, per essere trascinati in giro favorendo l’impollinazione.

Perché il concetto di biomimesi è così importante nell’ambito della blue economy? Secondo l’economista belga, attraverso lo studio del funzionamento della natura, è possibile migliorare le tecniche di produzione e trasformazione, con un impatti importanti in diversi ambiti:

  • economico: la possibilità di sfruttare nuove forme di produzione può contribuire a rivitalizzare settori in crisi e individuare settori emergenti;
  • sociale: questo dinamismo imprenditoriale può portare alla crescita del numero di posti di lavoro, a beneficio delle persone;
  • ambientale: il miglioramento delle tecniche di produzione, nella direzione dettata dall’economia blu, consente di ridurre le emissioni dannose, a beneficio dell’ambiente.

La differenza fra blue economy e green economy

Questa vocazione ambientalista potrebbe indurre nello scambio dell’economia blu con la green economy. In realtà, la prima rappresenta un’evoluzione della seconda: mentre la green economy chiede alle imprese di investire risorse nella riduzione dell’impatto ambientale, la blue economy intende eliminare del tutto le emissioni dannose per il pianeta, rivoluzionando i sistemi di produzione attraverso la biomimesi. E di esempi, oltre al velcro, ve ne sono numerosi: l’architetto Mick Pearce, servendosi di appositi modelli matematici, ha progettato un edificio che, sfruttano i principi di costruzione dei termitai, è in grado di auto raffreddarsi. Si tratta del Eastgate Building Centre di Harare, in Zimbabwe, che per il raffreddamento della struttura non prevede nessun sistema di ventilazione. Questo stesso approccio può essere applicato in ogni ambito produttivo, come vedremo, anche in quello del trasporto merci.

La blue economy e il trasporto merci

Un approccio molto interessante della blue economy, infatti, è proprio quello legato al trasporto e, in particolare, al trasporto delle merci. Come detto, il termine economia blu allude proprio all’importante risorsa rappresentata dal mare. Basti pensare che, secondo le stime dell’Unione europea, l’economia marittima produce circa 340 miliardi di euro di fatturato, dando lavoro a 1,2 milioni persone.

Per questo, negli ultimi anni, molto è stato fatto per individuare una definizione europea della blue economy, ma anche per promuovere questo modello di sviluppo sostenibile. Progetti specifici, infatti, sono stati approvati al fine di favorire il transito delle merci dal trasporto su gomma al trasporto marittimo. In questo senso, gioca un ruolo determinante il trasporto intermodale, cioè quella forma di trasporto merci che combina diversi mezzi (automezzi, treni, aerei e navi) sfruttando le specificità di ciascuno al fine di ridurre tempi, costi e impatto ambientale.

Nonostante quel che può sembrare, l’Italia è uno dei paesi più avanzati in questo ambito. Basti pensare che la flotta battente il tricolore, con una stazza di 16,5 milioni di tonnellate di stazza lorda, è tra le più grandi al mondo. Questo offre immense possibilità per ridurre l’impatto ambientale dei trasporti nazionali. In questo ambito il Gruppo SMET, anche grazie a partnership strategiche, è all’avanguardia. Non solo per quanto riguarda il trasporto intermodale, ma anche per ciò che concerne l’abbattimento delle emissioni dannose, adottando una flotta mezzi a ridotto impatto ambientale. Ma questo, come abbiamo visto, non riguarda la blue economy.