La logistica europea cresce, ma il rischio è che si fermi a terra
La crescita dei traffici internazionali sta riportando al centro un tema che riguarda direttamente la competitività dell’Europa. Non basta aumentare la capacità dei porti e movimentare più merci via mare, il vero banco di prova è ciò che accade dopo lo sbarco.
La parte terrestre della catena logistica è oggi sottoposta a una pressione crescente. Terminal, collegamenti ferroviari, trasporto stradale e infrastrutture devono assorbire volumi maggiori mantenendo tempi, affidabilità e costi compatibili con le esigenze dell’industria.
Quando uno di questi passaggi rallenta, l’effetto si trasferisce rapidamente lungo tutta la filiera: aumentano i tempi di attesa, cresce il costo operativo e diminuisce la capacità delle imprese di programmare con precisione produzione e distribuzione.
Per questo, il tema non riguarda soltanto i trasportatori, riguarda la capacità complessiva del sistema economico europeo di muovere le merci in modo efficiente.
In questo contesto, l’intermodalità assume un valore sempre più concreto. Integrare trasporto stradale e ferroviario consente di distribuire meglio i flussi, utilizzare ogni modalità dove offre maggiore efficienza e ridurre la dipendenza da singoli nodi della rete.
Per SMET l’intermodalità non è una scelta ideologica, ma uno strumento industriale. Significa organizzare il trasporto mettendo al centro continuità operativa, affidabilità e capacità di adattamento alle diverse esigenze della filiera.
La competitività della logistica europea dipenderà sempre di più dalla qualità dei collegamenti tra porti, terminal, reti ferroviarie, strade, stabilimenti produttivi e magazzini.
Il punto, quindi, non è soltanto quanta merce riesce ad arrivare in Europa ma quanto velocemente e con quale efficienza il sistema riesce a portarla fino alla destinazione finale.

