Filosa nuovo CEO di Stellantis: “Le fabbriche italiane potranno avere una missione”
Antonio Filosa è il nuovo CEO di Stellantis. Non è un estraneo arrivato dall’esterno. È uno che viene dalla stagione di Sergio Marchionne. Quella in cui si guardavano i numeri, si parlava di fabbrica, si decideva in fretta e non si facevano promesse che non si potevano mantenere. Quando uno con quella formazione va in televisione e dice che gli stabilimenti italiani avranno una missione, vuol dire che il gruppo sta davvero ragionando su un’Italia industriale e non solo commerciale.
Per il Cav. Domenico De Rosa, questo messaggio era necessario. In questi mesi il Paese ha respirato incertezza. Si è parlato di riduzioni, di spostamenti, di auto che non si vendono, di elettrico che non parte. Sentire che l’Italia resta nel perimetro produttivo è una boccata d’ossigeno. Per chi lavora in fabbrica, per chi fornisce componenti, per chi fa trasporti e logistica e deve decidere se comprare camion, se aprire un nuovo collegamento ferroviario, se investire in un terminal. Senza produzione certa nessuno investe.
Ma qui bisogna essere onesti. Un’ azienda può voler restare in Italia. Ma se l’Europa continua a scrivere regole che non hanno rapporto con il mercato, anche il miglior amministratore delegato arriva fino ad un certo punto. Oggi abbiamo un paradosso. Si impone una transizione molto costosa a famiglie che non hanno redditi alti, si obbligano le case a produrre auto che molte persone non possono comprare e poi ci si stupisce se entrano i cinesi. Filosa lo ha detto chiaramente: il problema non è la Cina. Il problema è Bruxelles. È l’eccesso di norme. È il fatto che l’Europa ha messo obblighi e non ha messo strumenti per accompagnare le imprese e i cittadini.
Questa è la parte che ora tocca alla politica. Perché se un CEO di un gruppo globale dice che la zavorra è europea, vuol dire che c’è una finestra politica aperta. L’Italia non può lasciare questa finestra chiusa. Deve andare a Bruxelles con gli altri Paesi che producono auto e deve chiedere tre cose. La prima: una transizione che salvi il lavoro e non che lo bruci. La seconda: tempi realistici, legati alle tecnologie vere e non a quelle immaginate. La terza: la difesa dell’auto piccola europea, quella che hanno sempre comprato gli italiani e che oggi rischia di sparire sotto il peso delle norme.
Se questo passaggio verrà fatto, secondo De Rosa, le parole di Filosa diventeranno fatti. Le fabbriche italiane avranno davvero una missione, la logistica potrà programmare e i lavoratori potranno guardare con meno paura ai prossimi anni. Se invece l’Europa continuerà a punire chi produce, allora neppure un manager di scuola marchionniana potrà garantire tutto. E quella che oggi è una buona dichiarazione in tv, domani potrebbe non bastare più.
Le parole sono state giuste ma ora servono le decisioni. Perché l’Italia può restare in fabbrica, ma l’Europa deve smettere di trattare la fabbrica come un problema e deve ricominciare a considerarla una ricchezza.

