Automotive in Italia tra crisi dei fornitori e sfida europea. Un racconto con il Cavaliere Domenico De Rosa, CEO di SMET Group
Negli ultimi giorni il Ministro Adolfo Urso è intervenuto con forza sia a Bruxelles che in Parlamento per riportare il tema del futuro di Stellantis e, più in generale, del comparto automotive italiano al centro del dibattito. Un intervento che, per il Cavaliere Domenico De Rosa, ha avuto il merito di rompere un silenzio che durava da troppo tempo.
«Il Ministro Urso» racconta De Rosa «ha ricordato a tutti una verità che noi imprenditori conosciamo bene. L’Italia non può permettersi di restare spettatrice mentre altri decidono il destino del nostro tessuto produttivo. Stellantis è un pilastro della nostra industria e dietro di lei si muovono migliaia di piccole e medie imprese italiane, oggi in seria difficoltà».
Le sue parole scorrono con la concretezza di chi conosce i numeri e le persone dietro le fabbriche. «Il problema è duplice. Da una parte c’è una casa madre che riduce la capacità produttiva sul territorio nazionale: stabilimenti come Mirafiori o Cassino lavorano ben al di sotto del loro potenziale. Dall’altra Bruxelles continua a imporre vincoli ideologici, come il divieto ai motori endotermici dal 2035, che rischiano di cancellare interi settori senza offrire un’alternativa concreta».
Mentre parla, il tono si fa più riflessivo, quasi amaro. «Le imprese dell’indotto, dalla componentistica alla logistica, sono il cuore pulsante di un sapere costruito in decenni. Hanno investito in competenze, in uomini, in tecnologia. Oggi però si trovano davanti a un cambio di paradigma troppo rapido e calato dall’alto, senza strumenti adeguati per riconvertirsi. E i margini economici sono ormai ridotti all’osso».
Poi si ferma un istante e aggiunge «Non dimentichiamo che il 35,7 per cento della produzione automobilistica europea si concentra in Germania, che resta la vera potenza industriale del continente, con oltre quattro milioni di vetture prodotte ogni anno. La Spagna, con quasi 1,9 milioni di auto, ha saputo difendere la sua capacità industriale e attrarre nuovi investimenti. L’Italia invece si ferma a poco più di 300 mila unità, appena il 2,7 per cento del totale europeo. È un dato che parla da sé e racconta di un declino competitivo preoccupante».
Quando il discorso si sposta sulle politiche europee, il Cavaliere De Rosa non nasconde la sua delusione. «Il Green Deal» spiega «ha trasformato un obiettivo nobile come la sostenibilità in una gabbia ideologica. La politica non solo ha deciso il traguardo, ma anche la strada per arrivarci, imponendo un’unica tecnologia: l’elettrico a batteria. È un errore grave, perché l’innovazione non nasce dall’imposizione ma dalla libertà di ricerca. Negli Stati Uniti e in Cina si investe sull’elettrico, ma anche sull’ibrido, sull’idrogeno, sui biocarburanti. In Europa invece si procede con una visione dogmatica che penalizza la nostra industria».
«Non serve vietare i motori endotermici dal 2035» insiste. «Serve garantire la libertà tecnologica. Lasciare al mercato e alla scienza la possibilità di scegliere le soluzioni più efficaci per ridurre le emissioni. Perché l’obiettivo non è il tipo di motore, ma l’impatto ambientale complessivo. La transizione ecologica deve essere guidata dal pragmatismo, non dal fanatismo».
La sua voce si fa più ferma quando parla delle conseguenze di questo approccio. «Se non si cambia direzione, rischiamo un deserto industriale. Non solo la chiusura di stabilimenti storici, ma la perdita di tutto il patrimonio di competenze che ruota attorno alla produzione. Ogni auto prodotta in Italia genera lavoro nelle officine, nei trasporti, nella logistica, nella fornitura dei materiali. Distruggere questa filiera significa impoverire il Paese».
Poi aggiunge con tono più umano «Non si tratta di difendere il passato. Io credo nella transizione ecologica, ma va gestita con equilibrio. Dobbiamo proteggere la competitività, il lavoro e il know how che abbiamo costruito in decenni di storia industriale. Altrimenti non avremo futuro».
Alla fine, De Rosa sintetizza la sua visione in tre punti. «Primo, difendere gli stabilimenti italiani di Stellantis e legare eventuali incentivi pubblici a veri piani industriali di produzione nel nostro Paese. Secondo, sostenere l’indotto con strumenti concreti di riconversione tecnologica, non con sussidi temporanei. Terzo, spingere in Europa per abolire il divieto degli endotermici dal 2035 e introdurre finalmente la libertà tecnologica».
Si ferma, poi conclude con una frase che suona come un appello «Solo così l’Italia potrà restare una nazione manifatturiera e non diventare un semplice mercato di consumo per auto prodotte altrove. Difendere la nostra industria significa difendere il lavoro, la dignità e la sovranità economica del Paese».

