L’Europa che spegne i motori: l’allarme del Cavaliere Domenico De Rosa
Le fabbriche non chiudono mai davvero all’improvviso: prima si svuotano i parcheggi, poi si svuota la fiducia. Nella lettura del Cavaliere Domenico De Rosa, quello che sta accadendo oggi all’auto europea – da Volkswagen in giù – non è la crisi di un singolo marchio, ma la fotografia di un continente che ha smesso di credere nella propria industria.
Per anni, la transizione ecologica è stata raccontata come una favola lineare: si spegne il motore endotermico, si accende l’elettrico e tutti vivono felici e contenti. La realtà che emerge dal mondo produttivo, secondo il Cavaliere, è molto diversa: investimenti giganteschi, domanda incerta, famiglie che non riescono a permettersi auto da 40–50 mila euro, fornitori sotto pressione, lavoratori sospesi tra cassa integrazione e paura del domani.
Nel frattempo, Stati Uniti e Cina seguono un’altra traiettoria: proteggono e finanziano la propria industria, la difendono come asset strategico. L’Europa, al contrario, ha imboccato la strada dell’iper-regolazione, di obiettivi climatici spesso astratti, di una burocrazia che finisce per pesare più dell’acciaio con cui si costruiscono le scocche. In questo contesto, osserva il Cavaliere, non può sorprendere se i grandi costruttori rivedono i piani, tagliano posti, spostano produzioni.
Per il Cavaliere, il punto non è essere “contro” l’elettrico, ma aver trasformato uno strumento in un dogma. È stata elevata una sola tecnologia a soluzione “buona”, relegando tutte le altre – biocarburanti, carburanti sintetici, ibridi evoluti, idrogeno – a ruoli marginali o quasi sospetti. Così si è ristretto il campo di gioco fino a soffocare chi nell’auto ci lavora davvero: operai, tecnici, autotrasportatori, concessionari, logistica, intere filiere territoriali.
Quando un impianto rallenta, non si ferma solo una linea produttiva: si indebolisce il bar davanti alla fabbrica, scendono gli incassi del supermercato di quartiere, cambiano gli equilibri degli affitti, ne risentono le scuole dei figli di chi lavora lì. È un ecosistema che si allenta, spesso senza che nelle capitali europee se ne percepisca davvero il rumore di fondo.
Se la rotta non cambia, la transizione rischia di non essere “verde”, ma semplicemente una grande delocalizzazione mascherata: le emissioni verranno prodotte altrove, le auto costruite altrove, il valore aggiunto spostato altrove. All’Europa resteranno slogan, qualche colonnina di ricarica in più e molte aree industriali silenziose.
La domanda di fondo che questo scenario pone è netta: l’Europa vuole salvare il clima senza salvare la propria industria? Se così fosse, bisognerebbe dirlo apertamente a lavoratori, imprese e territori. Se invece – come sostiene il Cavaliere Domenico De Rosa – esiste ancora la possibilità di difendere insieme ambiente e lavoro, allora serve un cambio di paradigma: neutralità tecnologica, tempi realistici, meno ideologia e più attenzione alle fabbriche accese.
Perché dietro ogni piano industriale c’è un elemento che non compare nelle slide, ma resta decisivo: la dignità di chi si alza alle cinque del mattino per andare a lavorare. È da lì, dalla vita concreta di chi tiene in piedi la produzione, che secondo il Cavaliere deve ripartire qualunque progetto serio sul futuro dell’industria europea.

