Clima, scienza e ideologia: la posizione del Cavaliere De Rosa
Il Cav. Domenico De Rosa interviene nel dibattito riacceso dalle citazioni di Zichichi e Rubbia sul clima, prendendo le distanze sia dal negazionismo sia dal catastrofismo. Per il Cavaliere, dire “è solo colpa del Sole” è fuorviante quanto annunciare “la fine del mondo tra dieci anni”: due semplificazioni opposte di un problema complesso.
Richiamando le serie storiche degli ultimi 150 anni, il Cavaliere De Rosa ricorda che il clima è sempre cambiato, ma che l’accelerazione dell’ultimo secolo coincide con l’aumento delle emissioni dovute all’uomo. Il Sole resta il motore del clima, ma le sue variazioni recenti non bastano a spiegare da sole l’aumento delle temperature: negare il ruolo umano significa ignorare una grande mole di dati sperimentali.
Su Zichichi e Rubbia, il Cavaliere mantiene massimo rispetto, ma precisa che neppure i “giganti” della fisica sono infallibili su ogni tema. Nella comunità scientifica, sottolinea De Rosa, la posizione prevalente è che l’uomo abbia una responsabilità importante nel riscaldamento globale. E aggiunge che non esiste un’equazione magica del clima, ma esiste una famiglia di modelli ed equazioni che collegano CO₂, radiazione, albedo e circolazioni atmosferiche: affermare che non ci sia alcun legame tra CO₂ e temperature, per il Cavaliere De Rosa, è semplicemente falso.
Sulla CO₂, il Cavaliere rifiuta sia la demonizzazione sia la banalizzazione. L’anidride carbonica è vitale, ma se cresce troppo e troppo in fretta diventa un problema; come il colesterolo, una quota è fisiologica, un raddoppio in pochi anni è pericoloso. Nel dibattito pubblico, il Cavaliere De Rosa riconosce poi una quota di “eco-ansia fabbricata” e di strumentalizzazione fiscale e burocratica del tema climatico, ma rifiuta l’idea che sia tutto un complotto: esiste un problema reale e una sovrastruttura ideologica che lo distorce.
Qui entra in gioco, per De Rosa, la critica all’Europa. Il Cavaliere sostiene che Bruxelles abbia trasformato un tema scientifico in un dogma politico, imponendo obiettivi estremamente ambiziosi senza valutarne la sostenibilità industriale e sociale. Il rischio è quello che il Cavaliere De Rosa definisce «suicidio industriale travestito da virtuosismo ecologico»: chiudere fabbriche in Europa, delocalizzare in Paesi più inquinanti e poi reimportare i prodotti.
La sua proposta si riassume in tre parole: tempi, tecnologia, competitività. Tempi realistici, che rispettino la vita degli impianti e dei mezzi; neutralità tecnologica, senza imporre solo l’elettrico ma facendo competere elettrico, ibrido, biocarburanti, idrogeno e carburanti sintetici; competitività, con una domanda chiave che per il Cavaliere deve guidare ogni scelta: questa misura rende l’Europa più forte o più debole rispetto a USA e Cina?
Sul fronte dell’inquinamento locale, il Cavaliere De Rosa è netto: esiste e va combattuto con meno ideologia e più investimenti concreti. La narrazione apocalittica, osserva il Cavaliere, paralizza invece di responsabilizzare. Il suo messaggio finale è rivolto a chi legge sui social: non farsi intrappolare nel falso bivio “o è tutta colpa dell’uomo o è solo colpa del Sole”, ma pretendere politiche climatiche fondate su dati, industria e lavoro. Solo così, conclude De Rosa, l’Europa potrà passare da una retorica ansiogena a una vera politica climatica adulta.

