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Il trasporto intermodale: l’efficienza del trasporto merci

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Il trasporto intermodale: l’efficienza del trasporto merci

Il trasporto intermodale è una modalità di movimentazione delle merci, che combina due o più mezzi di trasporto. Attraverso questo è possibile muovere le merci, sistemate nelle cosiddette unità di carico, indifferentemente su gomma, ferro, acqua o aria. Anche detto trasporto combinato o multimodale, l’intermodale ha l’obiettivo di ridurre gli spostamenti su gomma, contenendo così i costi dei trasporti e le emissioni inquinanti nell’ambiente. Scopriamo allora come funziona il trasporto intermodale.

Che cos’è il trasporto intermodale delle merci

Per spiegare che cos’è il trasporto intermodale è possibile fare riferimento a numerose definizioni. La più autorevole, chiaramente, è quella fornita dalla Commissione dell’Unione Europea insieme alla Conferenza Europea dei Ministri dei Trasporti e la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite nel documento comune Terminology on combined transport:

«[Il trasporto intermodale è] il movimento di merci nella stessa unità di carico o sullo stesso veicolo stradale, che utilizza due o più modi di trasporto, e che non implica il trattamento diretto della merce nelle fasi di trasbordo».

A questa, per meglio chiarire, è possibile aggiungere anche la definizione seguente, presa in prestito da Sistemi di logistica integrata di Egidio Ottimo e Roberto Vona:

«[L’intermodalità è un servizio] reso attraverso l’integrazione fra diverse modalità che induce a considerare il trasporto medesimo non più come somma di attività distinte ed autonome dei diversi vettori interessati, ma come un’unica prestazione, dal punto di vista di origine a quello di destinazione, in una visione globale del processo di trasferimento delle merci e, quindi, in un’ottica di catena logistica integrata».

I vantaggi dell’intermodalità del trasporto merci

L’impiego di più mezzi di trasporto, come avviene nel trasporto intermodale, almeno in prima analisi potrebbe indurre a pensare a un maggiore aggravio dei costi rispetto al trasporto unimodale. Al contrario, la possibilità di trasportare merci organizzate in unità di carico standard, concentrate in grandi terminal per la logistica, a bordo di mezzi dalle grandi capacità di carico, su lunghe percorrenze e con costi per unità di distanza ridotti ha offerto la possibilità di ridurre i costi di trasporto. Non è un caso, dunque, se l’Unione europea entro il 2030 intende spostare almeno il 30% del traffico merci oltre i 350 chilometri su ferrovia.

Il trasporto multimodale, come pure è chiamato l’intermodale, del resto è un sistema di trasporto merci estremamente flessibile. Anzitutto, consente di trasportare merci di ogni genere, grazie alla standardizzazione delle unità di carico. In secondo luogo, a seconda delle esigenze di trasporto, è possibile combinare differenti mezzi di trasporto: gomma-ferro, gomma-acqua, gomma-aria e così via. In tal modo, è possibile beneficiare allo stesso tempo dei vantaggi di ciascuno di questi mezzi. Dal punto di vista economico questo si traduce in una riduzione dei costi, dettata da una maggiore efficienza dei trasporti combinati. Anche dal punto di vista ambientale, poi, è possibile ottenere una riduzione dell’impatto ambientale. Se fossero realizzati gli obiettivi europei di cui sopra, per esempio, le emissioni di CO2 potrebbero ridursi fino al 55% rispetto al solo trasporto su gomma.

La storia dei trasporti intermodali di merci

Il concetto di intermodalità, in realtà, non è recente. Già negli anni ‘50, con l’apertura dei mercati internazionali al commercio, iniziò a diffondersi l’esigenza di trasportare le merci sfuse in maniera più efficiente. Un primo esperimento, in realtà, era già stato condotto durante la Seconda Guerra Mondiale. I militari statunitensi, infatti, erano soliti predisporre le merci su apposite basi in legno sopraelevate, i cosiddetti pallet. Ciò offriva molteplici vantaggi: il trasferimento delle merci era più sicuro e, soprattutto, avveniva in minor tempo. Nonostante l’esperimento statunitense si diffuse rapidamente anche in ambito civile, il concetto di trasporto intermodale era ancora lontano dal realizzarsi.

I container: la rivoluzione del trasporto intermodale

Per giungere alla completa razionalizzazione dei trasporti intermodali, difatti, occorre attendere attendere la seconda metà degli anni ‘50. Infatti, nel 1956, un imprenditore statunitense del settore dei trasporti, Malcolm McLean, ebbe un’intuizione: mentre era in attesa del trasbordo della merce dal proprio mezzo alla nave, si rese conto che sarebbe stato molto più rapido imbarcare l’intero camion. Nacquero così i moderni container, semplici casse metalliche, in grado di offrire molteplici vantaggi. In primis, una maggiore sicurezza per le merci trasportate. A questo, poi, si aggiungeva anche la grande efficienza in termini di tempo necessario alle operazioni di carico e scarico delle merci. Fu così che McLean iniziò a comprendere le grandi potenzialità del trasporto intermodale.

Il successo dei trasporti intermodali

A sancire dei trasporti intermodali, tuttavia, non fu soltanto la semplice intuizione dei container. Piuttosto, l’idea di adattare tutte le componenti del trasporto ai container stessi: gli autocarri, i treni, le gru, le navi, i porti e così via. Per questo motivo, già nel 1967 la International Organization for Standardization fornì un modello standard, il cosiddetto container ISO. Questi hanno una larghezza di 244 centimetri, un’altezza di 259 centimetri e una lunghezza di 610 o 1.220 centimetri. Questi sono numerati secondo un sistema di codifica, denominato check-digit, che ne consente una rapida identificazione e di attacchi standard, per garantire un semplice e sicuro fissaggio sui mezzi di trasporto.

Ai classici container, poi, si sono andati aggiungendo anche altre tipologie di container ISO, come per esempio container cisterna, frigorifero, ecc., che ampliano notevolmente le potenzialità del trasporto intermodale.